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Dopo che i consoli Gneo Servilio e Gaio Servilio –
era quello il sedicesimo anno della guerra contro
Cartagine – ebbero riferito al senato la situazione
generale, lo stato della guerra e le province, i
senatori deliberarono che i consoli si accordassero
tra loro o sorteggiassero chi dei due dovesse avere
il territorio dei Bruzzi contro Annibale o il
territorio etrusco–ligure: quello a cui fosse
toccato il Bruzzio, avrebbe ricevuto l’esercito da
Publio Sempronio – infatti anche a lui veniva
prorogato il comando di un altro anno col titolo di
proconsole. P. Sempronio sarebbe succeduto a P.
Licinio; quest’ultimo, ritenuto valente anche nella
guerra oltre a tutto il resto, di cui nessun
cittadino era considerato a quel tempo più dotato,
dal momento che riuniva in sé tutti i beni che la
natura e la fortuna possono dare ad un uomo, sarebbe
tornato a Roma. Era nobile e ricco; si distingueva
per bellezza e vigore; era ritenuto facondissimo,
sia che ci fosse da difendere una causa, sia che ci
fosse da sostenere e da controbattere una proposta
in senato e davanti al popolo; era molto esperto di
diritto pontificio; inoltre il consolato gli aveva
fatto ottenere anche gloria bellica. Ciò fu deciso
nel Bruzzio e nel territorio etrusco – ligure: M.
Cornelio ricevette l’ordine di dare l’esercito al
nuovo console; poiché gli veniva prorogata la
carica, avrebbe avuto la provincia della Gallia con
le legioni che Scribonio ebbe l’anno precedente.
Quindi furono sorteggiate le province: a Cepione
toccò il Bruzzio e a Servilio Gemino l’Etruria.
Allora furono sorteggiate le province dei pretori.
Peto Elio ebbe la pretura urbana, P. Lentulo la
Sardegna. P. Villio la Sicilia e Quintilio Varo
Rimini con due legioni – che erano state sotto Sp.
Lucrezio. Anche a Lucrezio fu prorogato il comando
perché ricostruisse la città di Genova distrutta dal
cartaginese Magone. A Scipione fu prorogato il
comando senza fissare un limite di tempo ma fino al
compimento dell’impresa, finché non si fosse
terminata la guerra in Africa; e fu stabilito che
avvenisse l’atto della supplica, poiché egli era già
sbarcato nella provincia d’Africa, affinché essa
portasse la salvezza al popolo romano, al comandante
stesso e all’esercito.
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