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(Mi) dici che, spinto dalla lettera che
ti ho scritto, dietro tua richiesta1,
sulla morte di mio zio, desideri conoscere non solo quali timori, ma
anche quali frangenti (io) abbia affrontato, (una volta che fui)
lasciato a Miseno. "Anche se il (mio) animo aborre (questo)
ricordo, incomincerò (a raccontare)". Dopo
la partenza di mio zio, io spesi tutto il tempo che (mi) rimaneva
nello studio - proprio per questo, infatti, mi ero fermato -; poi il
bagno, la cena (ed) un sonno agitato e breve. C'era (già) stato in
precedenza per molti giorni un tremore della terra, (ma) non spaventoso,
in quanto ordinario in Campania; quella notte invece fu così violento
che tutto sembrava non muoversi, ma capovolgersi. (Mia)
madre si precipitò nella mia stanza: io stavo alzandomi a mia volta,
per svegliarla nell'eventualità che dormisse. Ci mettemmo a sedere
nel cortile della (nostra) casa, che con la (sua) modesta estensione
separava il mare dai caseggiati. Non so se (io) debba chiamar(la)
forza d'animo o incoscienza - non avevo ancora compiuto diciotto anni
-: domando un libro di Tito Livio e, come per passatempo, mi metto a
leggerlo e continuo perfino a farne estratti, come avevo incominciato.
Ed ecco (che) un amico di (mio) zio, che
era da poco arrivato dalla Spagna (per recarsi) da lui, quando vede me
e mia madre seduti, e me addirittura intento a leggere, rimprovera la
sua dabbenaggine (e) la mia noncuranza. Ciò non ostante, io (continuo
a rimanere) concentrato sul (mio) libro.
Soluzione dell'esercizio:
ut
non moveri..., sed verti crederentur = proposizione consecutiva;
ut
coeperam = proposizione comparativa;
ut...
videt = proposizione temporale.
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Nota 1
che ho scritto a te che
(la) chiedevi;
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