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Un attesissimo Seneca di facile comprensione e di media difficoltà
Il vero bene è la virtù -Seneca
Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet quod honestum
est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat,
quia multa incommoda iustis viris accidunt, et quia quidquid nobis dedit
breve est et exiguum si compares mundi totius aevo. Ex hac deploratione
nascitur ut ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non
semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est
quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis.
Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest. Causa autem
est quod non pervenimus ad illud
bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra
quia ultra summum non est locus. Quaeris quare virtus nullo egeat?
Praesentibus gaudet, non concupiscit absentia; nihil non illi magnum est
quod satis. Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides;
multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala
vocantur, multa inpendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. Perit
fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non
potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis
vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si
quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus. Seneca,
Ep. 74. 10
Traduzione
Chiunque deciderà di essere felice, pensi che l’unico bene è ciò che è
onesto; infatti se ritenesse che sia qualcos’altro (oppure: che ce ne
sia qualche altro), prima di tutto avrebbe un cattivo concetto (lett.:
giudicherebbe male) della provvidenza, perché agli uomini giusti
accadono molti inconvenienti e perché tutto ciò che essa (= la
provvidenza) ci ha dato è cosa di breve durata (lett.: breve) ed
insignificante a paragone (lett.: se lo paragonassi) con la vita
dell’universo intero. Da questo lamento deriva che noi siamo dei giudici
ingrati dei benefici divini (lett.: delle cose divine): ci lamentiamo
che non ci accadano sempre, che ce ne capitino pochi, incerti e
destinati a svanire (lett.: ad andarsene). Da qui deriva il fatto che
non vogliamo né vivere né morire: da una parte siamo in preda all’odio
della vita, dall’altra al timore della morte (lett.: ci possiede l’odio
della vita, il timore della morte). Ogni (nostra) decisione oscilla e
nessuna felicità può colmarci. La causa è che non siamo giunti a quel
bene immenso e insuperabile dove è necessario che la nostra volontà si
fermi, perché oltre la sommità non c’è (nessun) luogo. Domandi perché la
virtù non abbia bisogno di nulla. (Essa) gode dei beni che ha (lett.:
presenti) (e) non brama quelli che non ha (lett.: assenti); per lei
tutto ciò che (le) è sufficiente, è grande. Allontanati da questo
concetto: non ci sarà rispetto né lealtà; colui infatti che desidera
mettere in atto entrambe (queste virtù) deve sopportare molti di quelli
che sono chiamati mali, deve sacrificare molti di quelli a cui
indulgiamo come beni. Viene meno la forza d’animo che deve mettere alla
prova se stessa; viene meno la grandezza d’animo, che non può emergere
se non dopo aver disprezzato (lett.: se non ha disprezzato) come
insignificanti tutte le cose che il volgo desidera come grandissime;
vengono (lett.: viene) meno il beneficio e la riconoscenza (lett.: la
dimostrazione di riconoscenza) se temiamo i disagi (lett.: singolare),
se siamo convinti che ci sia qualcosa di più prezioso della lealtà, se
non desideriamo i beni più grandi

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