Metodo

Metodo

Papirio studia uno schema

Latino

Metodo in 10 punti (Take away)

1) Non toccare il vocabolario e leggi attentamente il titolo del brano, per capire l’argomento di cui si parla.

Metti da parte il vocabolario e, per il momento, diménticatene.

Leggi attentamente il titolo del brano: ti servirà per capire l’argomento di cui si parla.

Con altrettanta attenzione osserva, se c’è, il nome dell’autore e cerca di farti venire in mente tutto quello che eventualmente sai su di lui e sulle sue opere.

2) Leggi attentamente un paio di volte il brano e cerca di capire a grandi linee quale sia il contenuto.

Leggi attentamente un paio di volte il brano e cerca di capire a grandi linee quale sia il contenuto (questo, per il latino, è sempre possibile). Cerca in particolare gli eventuali nomi propri, che ti faranno capire quanti e quali sono i personaggi in azione e, magari, in quale località è ambientato il fatto descritto.

Se non avrai capito molto, non preoccuparti: è normale, se non conosci il significato di un buon numero di vocaboli.

A questo punto non afferrare il vocabolario come se fosse la tua unica àncora di salvezza: il vocabolario non sa tradurre, è solo uno strumento che dovrai imparare ad usare nel modo giusto: in caso contrario, potrebbe indurti a commettere molti errori. Prendi dunque una matita e inizia con razionalità l’analisi del testo.

3) Suddividi il brano in periodi, separandoli con sbarrette verticali.

Per prima cosa suddividi il brano in periodi, separandoli con sbarrette verticali. In termini pratici, un periodo si riconosce dal fatto di essere racchiuso tra due “punti fermi” (dunque: punto, punto e virgola, due punti, punto interrogativo, punto esclamativo. Rimane esclusa la virgola).

Es.: Qui pavor hic, qui terror, quae oblivio animos cepit?| Nempe iidem sunt hi hostes quos vincendo et victos sequendo priorem aestatem absumpsistis, quos hesterno die nec iter facere nec castra ponere passi estis. | Quid haec nox, quid hic dies attulit?| Vestrae copiae imminutae sunt an illorum auctae? (Livio 27. 13).

Che paura è questa, quale terrore, quale dimenticanza si è impadronita del (vostro) animo? | Eppure questi nemici sono gli stessi che avete sbaragliato l’estate scorsa vincendoli e inseguendoli dopo averli vinti, (gli stessi) a cui nella giornata di ieri non avete permesso né di marciare né di porre l’accampamento. | Che cosa ha portato questa notte, che cosa questo giorno? | Sono forse diminuite le vostre truppe o sono aumentate le loro?

4) Prendi in esame il primo periodo: conta i verbi presenti in esso ed evidenziali.

Prendi in esame il primo periodo: conta i verbi presenti in esso ed evidenziali (possibilmente con un evidenziatore).

Ricordati che ad ogni verbo corrisponde una frase, senza contare però i servili; per quanto riguarda i verbi fraseologici (“cominciare a”, “sforzarsi di”, “essere costretto a”, ecc.), li considererai come servili tutte le volte che reggono un infinito con cui hanno identità di soggetto (es.: conatus sum hoc facere = ho tentato di fare questo).

Per le forme nominali del verbo dovrai valutare caso per caso quali di esse fungano da semplici complementi e quali invece rappresentino dei veri predicati verbali. Non sempre ti sarà facile riconoscerne subito la funzione: spesso potrai riuscirci solo dopo attenta analisi.

Es.: Cunctando restituit rem (Cicerone Off. 1. 24. 84).

Temporeggiando (= con il temporeggiare) salvò lo stato.

In questo caso il gerundio cunctando equivale ad un complemento di mezzo.

Es.: Ad classis aedificandas… Aristides delectus est (Nepote Arist. 3.1).

Aristide fu scelto per allestire la flotta.

In questo caso ad aedificandas costituisce una proposizione finale e quindi il gerundivo è usato in funzione verbale.

5) Identifica subito dopo gli introduttori evidenziandoli con un circoletto …

Identifica subito dopo gli introduttori (vedi poco oltre lo schema riassuntivo), evidenziandoli con un circoletto: anche ad ogni introduttore corrisponde una frase. Poiché però la principale non ha mai introduttore (fatta eccezione per le interrogative e le esclamative, il cui introduttore non va evidenziato), ricordati che il numero degli introduttori dovrà sempre essere inferiore almeno di un’unità a quello dei verbi. Ricorda, inoltre, che anche le proposizioni implicite (infinitive, ablativo assoluto, participio congiunto ecc.) non hanno introduttore, come ti sarà spiegato meglio in seguito.

Es.: Xenocrates, (cum legati ab Alexandro quinquaginta ei talenta attulissent), (quae erat pecunia temporibus illis Athenis praesertim maxuma), abduxit legatos ad cenam in Academiam (Cicerone Tusc. 5. 32).

Senocrate, dopo che i legati gli avevano portato, da parte di Alessandro, cinquanta talenti, che costituivano una cospicua somma di denaro per quei tempi, soprattutto ad Atene, condusse i legati a cena nell’Accademia.

In questo periodo si contano tre verbi e due introduttori: dunque vi sono tre proposizioni, di cui una principale senza introduttore, e due subordinate, con l’introduttore da noi evidenziato in grassetto.

Gli introduttori sono:

a. le congiunzioni (coordinanti e subordinanti). Ricorda che le congiunzioni coordinanti sono, concettualmente, solo tre, e cioè e, o, ma e tutti i loro sinonimi. Le altre congiunzioni e gli altri introduttori sono tutti subordinanti.

Non dimenticare che spesso la virgola equivale ad una congiunzione copulativa (es.: “mangia, beve, dorme”). Attento però alle “e” e alle virgole che collegano, anziché verbi, altre funzioni logiche all’interno della stessa proposizione, ad esempio due sostantivi (“il gatto e il cane”) o due aggettivi (“bello e buono”): non devi prenderle in considerazione. Ricordati inoltre che la coordinazione è come la somma: si possono coordinare soltanto elementi fra loro omogenei (participi con participi, congiuntivi con congiuntivi, ecc.);

b. i pronomi e gli avverbi relativi (compresi i pronomi, gli aggettivi e gli avverbi relativi-indefiniti);

c. i pronomi, gli aggettivi e gli avverbi interrogativi;

d. le particelle interrogative (-ne, num, nonne, an,…), solo nelle interrogative indirette.

Ricordati che gli altri pronomi ed avverbi, come pure le preposizioni, non sono introduttori!

Perciò, se non sai esattamente quali siano le congiunzioni, i pronomi relativi, quelli interrogativi e le particelle interrogative, ripassali accuratamente.

6) Metti in relazione ciascun introduttore con il suo verbo.

Ora sforzati di mettere in relazione ciascun introduttore con il suo verbo. Tieni presente che, finché non sarai riuscito a fare questo, non avrai praticamente alcuna possibilità di venire a capo della traduzione. Si tratta dunque della fase più delicata ed importante, assolutamente non facoltativa, del tuo lavoro. Per avere successo, prova a procedere così:

I) Impara a ragionare in termini matematici: racchiudi tra parentesi le singole proposizioni che hai individuato. Di regola le parentesi si aprono prima di ogni introduttore e si chiudono dopo un verbo o dopo i complementi ad esso relativi.

Solo in casi eccezionali, quasi sempre dovuti a ragioni di stile (anàstrofi o ipèrbati), un vocabolo può trovarsi prima dell’introduttore o comunque al di fuori della parentesi alla quale appartiene: in tal caso sarà necessario riportarlo al suo interno per poter analizzare correttamente la frase. Il caso più comune è quello di un monosillabo che precede la congiunzione subordinante all’inizio di un periodo:

Es.: Id cum fecisset = cum id fecisset (“avendo fatto ciò”).

Una volta poste, le parentesi rappresentano barriere invalicabili: non bisogna assolutamente mescolare i vocaboli racchiusi entro una parentesi (cioè appartenenti ad una proposizione) con quelli che si trovano al di fuori di essa (in quanto appartenenti ad un’altra proposizione). Il traduttore che collegasse introduttori e verbi a casaccio si comporterebbe esattamente come un matematico che, dopo avere aperto una parentesi quadra, la chiudesse con una tonda e viceversa, ed eseguisse poi i calcoli mescolando gli elementi appartenenti all’una ed all’altra parentesi: con quali risultati, puoi immaginarlo da solo.

Nel definire le parentesi, ti si potranno presentare due casi diversi, di cui il secondo (che è il più comune) potrà metterti in difficoltà:

a) dopo un introduttore, e prima di incontrarne un altro, trovi il verbo che si riferisce ad esso: in altri termini, ad ogni parentesi che si apre fa séguito la parentesi che si chiude. Le parentesi sono perciò tutte tonde e le frasi risultano allineate. Si tratta della struttura sintattica più semplice in cui ti possa capitare di imbatterti.

Es.: Bellum scripturus sum, (quod populus Romanus cum Iugurtha rege Numidarum gessit), (primum quia magnum et atrox variaque victoria fuit), (dehinc quia tunc primum superbiae nobilitatis obviam itum est). (Sallustio Jug. 5).

Mi accingo a narrare la guerra che il popolo romano combatté contro Giugurta, re dei Numidi, prima di tutto perché fu lunga e sanguinosa e combattuta con alterne vicende [di alterna vittoria], poi perché allora per la prima volta si tenne testa alla superbia della nobiltà.

(Quattro verbi, tre introduttori).

b) dopo un introduttore, prima di incontrare il verbo ad esso relativo, trovi un altro introduttore: in altre parole, ad una parentesi che si apre fa séguito un’altra parentesi che si apre. Le frasi ne risultano intrecciate, ossia incastrate l’una dentro l’altra.

In questo caso devi fare molta attenzione a stabilire i giusti collegamenti sintattici: le parentesi tonde non bastano più, ma dovrai servirti anche delle quadre e, se necessario, delle graffe. Le aprirai e le chiuderai esattamente come in matematica, ricordando che la prima a chiudersi è quella che hai aperto per ultima, secondo il ben noto schema:

{…[…(……..)…]…}

Es.: Praeclare dicebat Socrates (viam proximam et quasi compendiariam ad gloriam esse) (si quis ageret) [ut (qualis haberi vellet) talis esset]. (Cicerone Off. 2. 13).

Diceva molto bene Socrate che la via più breve e per così dire la scorciatoia (per giungere) alla gloria, è di fare in modo [se qualcuno facesse in modo] di essere tale quale uno vorrebbe essere stimato.

Osserva, nella parte finale del periodo, come l’ultima parentesi che abbiamo aperto (con l’introduttore qualis) sia la prima che abbiamo chiuso (con il verbo vellet). Sarebbe gravissimo collegare, ad esempio, l’introduttore ut con il verbo vellet! È appunto da errori di questo genere, assai comuni, che devi imparare a guardarti.

Es.: In reliquis vitae institutis hoc fere ab reliquis differunt, {quod [suos liberos, (nisi cum adoleverunt), (ut munus militiae sustinere possint), palam ad se adire] non patiuntur}. (Cesare B.G. 6. 18).

Nelle altre abitudini di vita si differenziano dagli altri quasi solo in questo, che non permettono che i figli si accostino loro in pubblico se non quando hanno raggiunto un’età (tale) da poter sostenere il servizio militare.

Da questo tipo di analisi puoi notare immediatamente che l’introduttore quod è legato al verbo non patiuntur e che suos liberos è il soggetto dell’oggettiva che ha come verbo adire; incastrate nell’oggettiva si trovano altre due proposizioni.

N.B.: Nel caso in cui il periodo fosse così complesso che le tre suddette parentesi non fossero sufficienti, userai un segno convenzionale, ad esempio una doppia graffa, secondo questo schema:

{{…{…[…(…)…]…}…}}

II) Per realizzare correttamente i collegamenti, tieni presente che:

a. la parentesi è obbligatoria davanti agli introduttori;

b. due verbi (di cui uno non sia servile) vanno comunque separati con una parentesi;

c. i verbi di modo indefinito non hanno introduttore subordinante, anche se possono essere fra loro coordinati;

d. la principale si riconosce procedendo per esclusione: non ha introduttore (fanno eccezione, come abbiamo già detto, le interrogative e le esclamative, in genere facili da riconoscere) e il suo verbo è solitamente di modo finito; essa non va posta fra parentesi, ma sarà bene sottolinearla per renderla evidente;

e. bisogna trovare ragionando il punto in cui iniziano le frasi senza introduttori.

Quest’ultima operazione non sempre risulta facile. Ricorda però che:

– le infinitive cominciano per lo più con il soggetto in accusativo;

– degli ablativi assoluti, facili da riconoscere per la loro struttura caratteristica (soggetto e participio in caso ablativo), fa parte in genere tutto ciò che si trova racchiuso fra il soggetto ed il participio (o viceversa);

– i participi congiunti, anche se possono essere svolti con una proposizione subordinata, non devono essere messi subito fra parentesi: l’operazione da compiere immediatamente è quella di identificare l’elemento con cui essi concordano in genere, numero e caso (e rispetto al quale si comportano in pratica come gli attributi che, come sai, concordano con l’elemento a cui si riferiscono, in genere, numero e caso). Quali complementi essi reggano (e, di conseguenza, dove vadano poste le parentesi) diviene chiaro, in genere, solo traducendo.

7) Numera ora progressivamente le frasi. (Se hai sistemato bene le parentesi, puoi passare oltre)

Numera ora progressivamente le frasi (noi, per ragioni di spazio, proporremo solo un brano con la numerazione delle frasi, mentre tutti gli altri avranno solo le parentesi). Se il periodo è costituito da frasi “intrecciate”, troverai necessariamente alcune frasi spezzate in due o più tronconi: in questo caso assegnerai ai vari tronconi lo stesso numero, aggiungendovi però le lettere dell’alfabeto (es.: 1a, 1b, 1c). Riprendiamo in esame l’esempio riportato sopra:

Praeclare dicebat Socrates (viam proximam et quasi compendiariam ad gloriam esse) (si quis ageret) [ut (qualis haberi vellet) talis esset]

La traduzione letterale (“Bene diceva Socrate che la via più breve e per così dire la scorciatoia verso la gloria era se qualcuno faceva (in modo) che fosse tale quale voleva essere considerato”) suona faticosa in italiano.

Puoi renderla meglio, senza snaturare la struttura e il significato della frase, in questo modo:

” Diceva bene Socrate (quando affermava) che, se qualcuno si comportava in modo da essere tale quale voleva essere considerato, (questa) era la via più breve e per così dire la scorciatoia verso la gloria”

Sai che il numero dei verbi deve coincidere esattamente con quello delle frasi; sai anche che ad ogni introduttore corrisponde una frase: i conti tornano? Se sì, sei sulla buona strada; se no, o hai sbagliato qualche collegamento, o c’è un verbo sottinteso, e devi cercare di scoprire dove e quale. Non sempre puoi riuscirci di primo acchito; tuttavia potrà esserti utile ricordare che:

– se, nonostante tutti i tuoi sforzi per operare i giusti collegamenti, un introduttore è rimasto in sospeso, è probabile che il verbo sottinteso sia quello relativo ad esso;

– se l’autore sottintende un verbo, vuol dire che lo dà per scontato: dunque, o esso è di uso comunissimo (quasi sempre il verbo sum), oppure è già stato usato in una frase precedente, oppure verrà usato in una frase immediatamente successiva (eventualità piuttosto comune in latino);

– l’ablativo assoluto che non ha il participio sottintende il verbo sum (perché non esiste il suo participio).

8) Soltanto adesso puoi armarti di vocabolario ed accingerti a tradurre.

Soltanto adesso puoi armarti di vocabolario ed accingerti a tradurre. In questa prima fase non devi preoccuparti dell’eleganza formale, che rappresenta una conquista successiva, ma piuttosto della correttezza grammaticale della traduzione (anche se ne dovesse risultare una resa in italiano “brutta” e un po’ faticosa) e soprattutto della coerenza logica del testo. Per assicurare quest’ultima, purtroppo, non esistono regole, ma esiste in compenso uno strumento potentissimo: la tua intelligenza; sarà questa, e solo questa, a far “funzionare” il vocabolario, e non certo il contrario: il vocabolario non può aiutarti a tradurre più di quanto un pianoforte possa aiutarti a suonare.

Ricordati che non si cerca mai a casaccio, ma si deve avere già un’idea abbastanza precisa di ciò che un certo vocabolo “deve” significare: il contesto, infatti, orienta già le tue scelte verso una serie molto limitata di significati possibili. Se, per esempio, leggo: “il ragazzo … velocemente a casa”, so già che la parola mancante è un verbo di “andare”. Il vocabolario non dovrà fare altro che darmi conferma o smentita di quanto suppongo ed aiutarmi a cogliere meglio le sfumature di significato.

Fissa subito per iscritto ogni frase man mano che traduci, di modo che ti sia possibile controllare se le affermazioni successive risultano sensate in relazione a quanto precede.

Prendi dunque in considerazione ogni singola frase che hai isolato ed osserva subito il verbo, che ne costituisce il fulcro; abìtuati a porre al verbo una serie di domande: rispondere correttamente a queste domande è il “segreto” per impadronirsi della struttura logica portante della frase e non essere costretti a procedere a tentoni nella ricerca sul vocabolario.

Le domande andrebbero poste nell’ordine che segue:

a. da quale verbo deriva la forma verbale in questione? Ne ricordi il paradigma? In caso contrario, consulta attentamente il vocabolario: questa domanda è infatti preliminare a tutte le altre;

b. qual è il modo? Solo mettendo in relazione l’introduttore ed il modo potrai dissipare eventuali dubbi sulla funzione sintattica della frase (ad esempio, un cum con il congiuntivo può essere temporale, causale, concessivo o avversativo, ma un cum con l’indicativo è solo temporale);

c. qual è la persona? La prima, la seconda o la terza? È singolare o plurale? Attenzione: la risposta a questa domanda ti consente di identificare il soggetto!

d. il verbo è transitivo o intransitivo? Saperlo ti servirà a rintracciare la presenza di un eventuale complemento oggetto o complemento d’agente;

e. qual è la diàtesi (attiva, passiva, deponente)? Anche questo serve per identificare un complemento oggetto o un complemento d’agente;

f. qual è il tempo? Ricordati che va reso con la massima precisione, mentre gli studenti tendono di solito a tradurlo con disinvolto pressappochismo;

g. qual è l’aspetto o qualità dell’azione? E’ durativa (= còlta nel suo svolgimento)? E’ momentanea (= considerata come fatto in sé e per sé, indipendentemente dalla sua durata)? E’ perfettiva (= vista nella sua compiutezza o nel perdurare dei suoi effetti)? Bada che questa nozione, per lo più ignorata, è di estrema importanza! Se io dico “l’anno scorso andavo al mare” e “l’anno scorso andai al mare”, non è il momento temporale che è diverso (è sempre l’anno scorso!), ma la qualità dell’azione: durativa nel primo caso (andavo = andavo abitualmente), momentanea nel secondo (andai = andai una sola volta); dunque ricordati che, per esempio, non puoi scambiare l’imperfetto con il perfetto o viceversa;

h. quante e quali sono le valenze del verbo, in base al suo significato? In altre parole: quanti complementi esige necessariamente?

Vuole solo il soggetto, come “correre”?

Oppure esige anche un secondo complemento, come “mangiare” (che avrà un oggetto) o “sembrare” (che avrà un predicativo del soggetto e forse anche una persona a cui sembra)?

Oppure ne pretende altri due, come “dare” (che avrà un oggetto e un complemento di termine) o “eleggere” (che avrà un oggetto e un predicativo dell’oggetto se è attivo e un predicativo del soggetto se è passivo)?

O magari non ha bisogno neppure del soggetto, come “piove”?

Dando risposta a questi interrogativi, saprai già quanti e quali complementi cercare nei paraggi del verbo (oltre, naturalmente, a quelli non necessari, che l’autore aggiunge per fornire maggiori indicazioni);

i. quali sono le reggenze del verbo, ovvero con quali casi si costruisce? Per rispondere a questa domanda dovrai consultare con estrema attenzione il vocabolario: in parecchi casi, infatti, le reggenze non sono per nulla intuitive (pensa, ad esempio, al verbo invidere, che regge il dativo); senza contare che alcuni verbi latini cambiano significato a seconda delle diverse reggenze (vedi per esempio consulo o peto).

Ora “costruisci” tutta la frase intorno al verbo, senza mai perdere di vista la corrispondenza tra casi e complementi, e prova a tradurla. Come ti abbiamo già suggerito, fissala subito per iscritto. Mantieni però sempre un atteggiamento mentale sereno ed elastico, in modo da essere pronto ad operare eventuali “aggiustamenti” in rapporto al contesto. Ricordati che nulla è nemico della traduzione come la rigidità mentale.

Una volta tradotte tutte le frasi del periodo, rileggile con attenzione, per verificare se il brano abbia senso, sia in sé, sia in relazione alle considerazioni fatte ai punti 1 – 2. Se ti accorgi che qualcosa non va, che c’è qualche stonatura, contraddizione o insensatezza, torna indietro e prova a identificare il punto preciso in cui avviene il “salto” logico: lì, evidentemente, hai commesso un errore. Prova a correggerlo subito; se però non ci riesci, prosegui nella traduzione: ciò che avrai tradotto ti sarà di aiuto per comprendere anche i passi precedenti.

9) Passa al prossimo periodo e ripeti la procedura descritta ai punti dal 4 all’ 8.

9) Passa al prossimo periodo e ripeti la procedura descritta ai punti dal 4 all’ 8.

10) Terminata questa prima traduzione, rileggila bene per vedere se vi sono incongruenze.

Terminata questa prima traduzione, rileggila bene per vedere se vi sono incongruenze. Quando sei abbastanza sicuro del significato, è il momento di passare alla delicata fase della resa formale: ritrascrivi il testo (di solito, a questo punto, in bella) nella forma più corretta, fluida ed elegante di cui sei capace, e soprattutto nel modo che ti sembra più aderente alle intenzioni dell’autore. Elimina le espressioni che senti esotiche e faticose. Ricordati che non esiste “la” traduzione: fermo restando il rispetto del significato, la resa finale è in gran parte un fatto di gusto personale, e come tale strettamente soggettivo.


Greco

Consigli per una corretta traduzione

Premessa

Il lavoro del traduttore da una lingua ad un’altra richiede attenzione e precisione, oltre che, ovviamente, la conoscenza della struttura delle due lingue in questione. Dovendo tu tradurre dal latino o dal greco in italiano, che è la tua lingua madre, devi tenere ben presente che:

  • la disposizione e la successione delle proposizioni di un periodo complesso latino o greco seguono abbastanza spesso la disposizione e la successione delle proposizioni di un periodo complesso italiano:
  • all’interno delle singole proposizioni, invece, l’ordine delle parole non segue quasi mai (tranne casi eccezionali) l’ordine delle parole delle nostre proposizioni.

Ma tu nella traduzione dovrai comporre la frase costruendola, come in un puzzle, secondo l’ordine che le parole hanno in italiano:

  • cercherai il verbo, che è il cuore della frase e che ti farà capire qual è il soggetto;
  • trovato il soggetto,
  • tradurrai tutto quello che si riferisce al soggetto,
  • poi tradurrai il verbo e i complementi retti direttamente dal verbo,
  • poi i complementi liberi o circostanziali che l’autore aggiunge per arricchire il contenuto e che dovrebbero essere di significato intuibile.

E adesso leggiamo attentamente i consigli per tradurre un brano dal greco all’italiano:

Consigli in 6 punti

Tieni il vocabolario chiuso e leggi attentamente il titolo della versione: non ignorarlo mai. Esso racchiude in poche parole il contenuto del brano. Se c’è, sotto il titolo, qualche riga di contestualizzazione, leggi attentamente anche quella: spesso costituisce il riassunto del contenuto stesso. Prova ora a leggere il brano, sempre senza ricorrere al vocabolario. Durante la lettura sforzati di capire grosso modo il senso. Come fare? Non è difficile, basta seguire alcuni semplici accorgimenti:

1) leggi un periodo alla volta e individua tutte le parole di cui conosci già il significato.

1) leggi un periodo alla volta e individua tutte le parole di cui conosci già il significato. Se riesci a lavorare sulle radici dei termini, sarà più facile di quanto pensi. Molti vocaboli greci hanno infatti lasciato traccia nella nostra lingua. Ecco qualche esempio: semaforo = “apparecchio per segnalazioni”, è composto da σῆμα = “segnale” + φέρω = “porto”; acustico = “attinente al suono e all’udito” ha la radice di ἀκούω = “sento”; pausa = “intervallo” deriva dalla radice del verbo παύομαι = “smettere”, ecc.;

2) dividi il brano in periodi (ogni punto fermo, il punto in alto e il punto e virgola separano un …

2) dividi il brano in periodi (ogni punto fermo, il punto in alto e il punto e virgola separano un periodo dall’altro), poi nelle frasi che li compongono. Per questa seconda operazione dovrai innanzitutto individuare i verbi di modo finito (escludiamo per il momento le frasi ellittiche del verbo) e cercare di collegarli alla congiunzione o elemento introduttivo a cui essi sono legati. In linea di massima, una proposizione incomincia con il suo introduttore e finisce per lo più con il verbo o con un complemento ad esso ancora legato. Avrai così trovato tutte le proposizioni esplicite, che sono le più facili da tradurre. Una di queste, che non sarà introdotta da nessun elemento coordinante o subordinante, sarà inevitabilmente la principale. Ricordati bene che ogni proposizione, pur legata al periodo di cui fa parte, ha una sua autonomia, per cui non puoi prendere i vocaboli e spostarli impunemente da una frase all’altra! Non capiresti più niente e tutto si mescolerebbe! Altro fatto fondamentale! Le proposizioni non sempre si presentano una dopo l’altra. Magari! Purtroppo spesso si presentano intrecciate fra loro. Cioè una proposizione può contenerne un’altra che a sua volta può contenerne un’altra ancora, proprio come avviene nelle scatole cinesi. In questo caso è molto importante dividere bene le proposizioni. Puoi usare, per questo scopo, vari metodi: quello delle parentesi tonde, quadre e graffe, proprio come se stessi risolvendo un’espressione algebrica, oppure puoi usare colori diversi che sceglierai tu a seconda delle proposizioni. Ti sconsigliamo invece l’uso delle sbarrette, perché non ti permettono di visualizzare bene le proposizioni ad incastro;

3) individua ora tutti i verbi di modo non finito, cioè gli infiniti e i participi.

3) individua ora tutti i verbi di modo non finito, cioè gli infiniti e i participi. Tu sai che in greco, come in italiano, esistono le proposizioni implicite, quelle cioè che hanno il verbo di modo non finito. Ecco alcuni esempi in italiano: Vengo a trovarti; Giulio, essendo buono, aiuta tutti; Giunto a casa, trovai una bella sorpresa; Penso di non essere egoista; Sono stato così sciocco da non accorgermi del tuo affetto; Ti prego di perdonarmi; Ti ordino di non muoverti, ecc. In italiano, la lingua che parli correntemente dalla nascita, non ti è certo difficile capire il valore che hanno queste frasi: “giunto a casa” corrisponde a “dopo che giunsi a casa” e non è altro che una proposizione temporale implicita. Ebbene, anche in greco esistono queste frasi, ma devono essere trovate facendo attenzione. Quali sono queste proposizioni implicite, che naturalmente non sono introdotte da nessun elemento? Esse sono:

a. le proposizioni infinitive che hanno il soggetto in accusativo e il verbo all’infinito;

b. il genitivo assoluto, formato generalmente da due elementi, un sostantivo e un participio, entrambi in genitivo: esso sostituisce una proposizione causale, temporale, concessiva o anche ipotetica. Poiché il participio è un verbo che può reggere dei complementi, bisogna racchiudere tra parentesi, oltre al soggetto in genitivo e al suo participio, anche tutti i complementi, se ci sono, che da esso dipendono;

c. il participio congiunto, riferito ad un sostantivo o ad un pronome con cui concorda in genere, numero e caso e che sostituisce una proposizione causale, temporale, concessiva o anche ipotetica, proprio come il genitivo assoluto. Il participio congiunto può essere da solo o accompagnato da complementi che da esso dipendono. In quest’ultimo caso bisogna racchiudere tra parentesi, oltre al participio, anche tutti i complementi, se ci sono, che da esso dipendono.

Il participio predicativo del soggetto o dell’oggetto non costituisce proposizione a sé in quanto parte integrante del verbo che lo regge.

Ovviamente le proposizioni implicite sono più difficili da individuare a colpo d’occhio, perché bisogna capire dove iniziano e dove finiscono. Tuttavia con un po’ di esercizio e dopo aver già isolato le proposizioni esplicite, il lavoro sarà molto semplificato.

Attenzione! L’infinito retto da un verbo servile come βούλομαι = “voglio” o δύναμαι = “posso” o da verbi fraseologici non costituisce proposizione a sé, ma deve essere tradotto, come in italiano, con l’infinito subito dopo il verbo che lo regge.

  • Es.: δύναμαι πάντα ὁρᾶν = posso vedere tutto;
4) fatto questo primo lavoro in cui hai, per così dire, “sgrossato” il periodo, devi misurarti con le …

4) fatto questo primo lavoro in cui hai, per così dire, “sgrossato” il periodo, devi misurarti con le singole proposizioni. Che cosa devi fare? Mai procedere a caso, traducendo una parola dopo l’altra. Lo ripetiamo: non faresti che riempire di errori la tua traduzione! Allora? Segui questa semplice procedura:

a) prima di tutto devi capire di che proposizione si tratta;

b) prendi il verbo e collegalo immediatamente al suo soggetto che deve essere della stessa persona indicata dal verbo, a meno che non si tratti, come sai, di un soggetto neutro plurale. Ricordati che il soggetto può essere espresso oppure no, esattamente come in italiano: normalmente non sono espressi (a meno che non si voglia dar loro un’enfasi particolare) i soggetti rappresentati dai pronomi personali, poiché nella coniugazione del verbo le persone sono segnalate dalle desinenze, e non vengono più ripetuti nemmeno quei soggetti che si mantengono tali in più frasi o addirittura in tutto il brano;

c) puoi ora incominciare a consultare il vocabolario per cercare il significato dei verbi che non conosci, sempre, però, tenendo conto della costruzione che esso ha nella frase, cioè dei complementi che esso regge. Un verbo come ἵστημι, ad esempio, può avere significato transitivo o intransitivo: se è accompagnato da un complemento oggetto sarà sicuramente transitivo. Cerca poi di porre qualche domanda al verbo, per scoprire i complementi ad esso strettamente legati. Facciamo qualche esempio in italiano. Se trovi il verbo “dare” devi subito domandarti: “Che cosa?” e, di conseguenza, cercherai il complemento oggetto in accusativo; poi dovrai ancora chiederti: “A chi?” e, di conseguenza, cercherai il complemento di termine in dativo. Se invece trovi un verbo come “andare”, sicuramente non andrai a cercare un complemento oggetto, bensì un complemento di luogo, perché la prima domanda che dovrai porti sarà: “Dove?”.

Ricorda, poi, che spesso in greco un verbo composto con preposizione regge il caso richiesto dalla preposizione. Es.: συμβουλεύομαι + τινί = “consulto qualcuno”: σύν infatti regge il dativo. Il nostro complemento oggetto, in un caso come questo, si trova quindi in dativo.

d) dopo di ciò, ossia dopo aver trovato i complementi necessariamente legati al verbo, dovrai trovare gli altri complementi, cosiddetti “circostanziali”, facendo attenzione alla presenza degli aggettivi e all’elemento con cui questi concordano, e in particolare a quei complementi che si trovano inseriti fra un articolo e il suo sostantivo: questi hanno funzione attributiva rispetto al sostantivo che precedono, pertanto non possono essere spostati dalla loro posizione.

  • Es.: τοῖς τοῦ Καίσαρος στρατιώταις = ai di Cesare soldati = ai soldati di Cesare.

Ti facciamo un esempio, ancora una volta in italiano, di come procedere nell’analisi degli elementi di una frase:

  • Es.: Lo scorso inverno andai in un paese del Piemonte insieme ai miei genitori.

Analisi: Io (= soggetto sottinteso) andai (= verbo di modo finito intransitivo).

Domande da fare al verbo: “Dove?” risposta: “In un paese (+ complemento di specificazione) del Piemonte; “Quando?” risposta: “Lo scorso inverno”; “Con chi?” risposta: “Insieme ai miei genitori”.

I complementi circostanziali possono esserci o non esserci, dipende da quante informazioni vuole fornire l’autore, ma, se la frase non è costituita dal solo verbo, sicuramente questo è accompagnato da un complemento direttamente legato al suo significato e senza il quale la frase non avrebbe senso. Trovato questo, spesso gli altri complementi vanno a posto da soli.

La frase essenziale è: “Io andai in un paese”; di che regione, quando e con chi sono complementi liberi o circostanziali.

5) A questo punto puoi già iniziare a “buttare giù” la tua traduzione, con la certezza, se hai seguito …

5) A questo punto puoi già iniziare a “buttare giù” la tua traduzione, con la certezza, se hai seguito correttamente tutti i passaggi, di non prendere dal vocabolario il primo significato che ti capita sotto gli occhi: non correrai il rischio di scrivere una frase priva di logica. Il vocabolario infatti, per ragioni di completezza, deve riportare tutti i possibili significati che una parola può avere a seconda del contesto in cui si trova o del complemento che regge. Facciamo ancora un esempio in italiano: “Quell’oratore parlava in modo troppo affettato” oppure “Mettemmo in tavola solo dell’affettato”. Come avrai notato la parola “affettato” si ripete in entrambe le frasi, ma il suo significato è ben diverso. Nel primo caso infatti si fa riferimento ad un modo di parlare “ricercato”, nel secondo invece si fa chiaramente riferimento a dei “salumi”. Traducendo in un’altra lingua non potrai scegliere un vocabolo a caso, col rischio di diventare ridicolo, ma solo quello adatto a quel particolare contesto. Così succede anche quando traduci dal greco in italiano. Il vocabolario è un semplice strumento, ma tu possiedi la mente e l’intelligenza, gli unici mezzi che ti possono guidare nella scelta dei significati giusti. Abbi fiducia in te stesso e ricordati che il tuo cervello è una macchina perfetta che nessun computer è ancora riuscito a sostituire.

6) Un ultimo avvertimento …

6) Un ultimo avvertimento: quando traduci una frase, non considerarla come qualcosa a se stante di cui puoi dimenticarti, appena l’hai scritta sul tuo foglio. Niente di più sbagliato! Il discorso continua e le proposizioni spesso si chiariscono l’una con l’altra. Non tenendo conto di ciò, ti comporteresti come se, mentre racconti una storia, a mano a mano che concludi una frase ti dimenticassi di quello che hai appena detto. Ne verrebbe fuori un discorso sconclusionato. Forse questa considerazione potrà sembrarti banale e dirai: “Ma è ovvio che non devi perdere il filo del discorso quando parli!” Questo purtroppo è ovvio solo quando si parla la propria lingua, ma quando si traduce il greco, quasi tutti gli studenti perdono facilmente il filo del discorso. Quando avrai imparato a tenere sotto controllo il contenuto del passo che stai traducendo, avrai già fatto un salto qualitativo non indifferente.

Le operazioni per tradurre come vedi sono molto semplici. Occorrono tuttavia tre prerequisiti fondamentali:

1)che tu conosca bene la morfologia del nome e del verbo. In altre parole, che non confonda i casi, le declinazioni e le coniugazioni dei verbi;
2)che tu sappia riconoscere i complementi;
3)che tu sappia individuare le proposizioni.

Non farai una grande fatica ad imparare certe regole e in cambio avrai la soddisfazione non solo di capire quello che stai leggendo, ma anche di ottenere dei buoni risultati a scuola. Ti pare poco?