Indice della scheda: Premessa

Non c'è forse argomento della sintassi latina che metta in imbarazzo il traduttore (e non solo quello inesperto) come l'uso del congiuntivo nelle subordinate che non lo avrebbero per natura.

Ti sarà ben noto lo sconforto che si prova, ad esempio, di fronte al congiuntivo di una relativa che potrebbe essere impropria oppure soggetta a qualche "interferenza" come l'attrazione modale o il congiuntivo obliquo o quello caratterizzante, e che di conseguenza non si sa esattamente come tradurre.

Di fronte a questo argomento è opportuno, a nostro parere, assumere una posizione cauta e prudente, non priva di una buona dose di umiltà: non di rado, infatti, capita di imbattersi nello stesso esempio citato da diversi grammatici come testimonianza inoppugnabile di tesi del tutto opposte.

Eppure è assolutamente indispensabile che tu abbia le idee il più possibile chiare su questo argomento. Cominceremo perciò col porre un paio di punti fermi:
  1. come regola di base, l'indicativo serve per esprimere oggettività (fenomeno constatato), il congiuntivo per esprimere soggettività (fenomeno solo pensato);


  2. non sempre è possibile stabilire con certezza il valore di un congiuntivo in una proposizione subordinata che per sua natura avrebbe l'indicativo, anche perché nelle subordinate di grado superiore al primo spesso all'attrazione modale si sovrappongono fenomeni diversi, come l'eventualità o l'obliquità o la funzione caratterizzante.
    Inoltre, come diremo meglio in seguito, parecchi grammatici hanno abolito l'attrazione modale, sostenendo che non vi sia differenza fra questo fenomeno e i congiuntivi obliquo, eventuale e caratterizzante.
    Come se non bastasse, taluni rifiutano la definizione di "congiuntivo caratterizzante" ed annoverano le relative soggette a questo fenomeno (che, in quanto tali, sarebbero proprie) tra le relative consecutive (cioè improprie).
    Tutto questo testimonia della obiettiva difficoltà di interpretare una serie di fenomeni strettamente connessi con una sensibilità linguistica che non è più la nostra.



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Congiuntivo "vero" o congiuntivo "falso"?

Quando incontri un congiuntivo in una proposizione dipendente, devi sempre domandarti se esso sia "vero" o "falso"; ossia, in termini più scientifici:
  1. dovuto alla natura della subordinata stessa (es.: finale, consecutiva, interrogativa indiretta...); in tal caso si tratta di un congiuntivo "vero": la sua presenza è obbligatoria e per la sua traduzione devi fare riferimento alle indicazioni date per le singole proposizioni (es.: nella consecutiva si traduce con l'indicativo, nella finale con il congiuntivo, etc.);


  2. usato in luogo di un indicativo (congiuntivo "falso"); in tal caso esso può essere:
    • attratto, cioè determinato dalla valutazione del rapporto con la reggente, purché essa stessa subordinata al congiuntivo o all'infinito (vedi scheda sull'attrazione modale): poiché tale valutazione è legata alla soggettività dell'autore, la presenza del congiuntivo è facoltativa (non si tratta, dunque, di un semplice automatismo che scatta in ogni caso); esso va reso nella traduzione con l'indicativo;

    • dovuto a qualche "interferenza", cioè a qualche fattore intervenuto a "disturbare" l'oggettività di una constatazione; tali interferenze sono sostanzialmente tre: l'obliquità, l'eventualità, la presenza di un elemento caratterizzante. Nella traduzione renderai l'eventualità preferibilmente (ma non obbligatoriamente) con il congiuntivo, mentre tradurrai con l'indicativo i congiuntivi obliquo e caratterizzante.




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Il congiuntivo in luogo dell'indicativo

Come si diceva, molti grammatici sostengono che non abbia senso distinguere il congiuntivo attratto da quello obliquo, eventuale o caratterizzante.

In particolare il congiuntivo attratto e quello obliquo riportano entrambi un pensiero indiretto (di persona diversa da chi scrive, o anche dello stesso autore, ma riferito ad un'epoca diversa da quella in cui egli scrive, oppure visto in un'altra ottica).

A nostro parere esiste invece fra questi congiuntivi una notevole differenza, che cercheremo subito di chiarire:
  1. il congiuntivo attratto non è che il riflesso della soggettività espressa nella reggente su una subordinata che di per sé riporta un dato anche assolutamente oggettivo, privo di valore eventuale e di funzione caratterizzante, come nel seguente esempio:

  2. Esempio: Scito me, postquam in urbem venerim, redisse cum veteribus amicis in gratiam (Cicerone) = sappi che io, dopo che sono ritornato a Roma, mi sono riconciliato con i vecchi amici.

    In questo caso il fatto riportato nella temporale è certo ed oggettivo, anche se espresso con il congiuntivo (Cicerone è effettivamente ritornato a Roma): su di esso si riflette dunque la soggettività dell'informazione fornita dall'autore.

  3. il congiuntivo obliquo presenta invece come in sé soggettiva (o obliqua o indiretta che dir si voglia) l'osservazione contenuta nella subordinata;

  4. Esempio: adnotavi quae commutanda, quae eximenda arbitrarer (Plinio il Giovane) = ho annotato le cose che ritenevo (secondo il mio parere) da modificare o da eliminare.
    La relativa è di primo grado e dipende da un indicativo: quindi è proprio l'affermazione contenuta in essa ad essere presentata come soggettiva. Il congiuntivo accentua la modestia e la deferenza di Plinio nei confronti di Tacito, presentando le correzioni da apportare come un semplice suggerimento derivante da una valutazione strettamente soggettiva.

    Se un congiuntivo obliquo è veramente tale, deve sempre essere possibile aggiungere un'espressione come "secondo lui", "a suo dire", "a sentir lui" o simili.

  5. il congiuntivo eventuale presenta un'azione non già come determinata e specifica, ma come generica o ripetuta;

  6. Esempio: omnes cupiebant Caesarem stare condicionibus iis quas tulisset (Cicerone) = tutti desideravano che Cesare si attenesse ai patti che (di volta in volta) stipulava (lett. "aveva stipulato").
    Non si allude qui a patti specifici, ma a quelli che Cesare avrebbe eventualmente stipulato.

  7. il congiuntivo caratterizzante evidenzia una peculiarità, una caratteristica distintiva di una categoria di persone o di cose (perciò non è mai riferito ad una persona o cosa ben definita).

    Lo si trova solo in dipendenza da espressioni come:
    est qui, sunt qui = c'è chi;
    non desunt qui = non mancano coloro che;
    nemo est qui = non c'è nessuno che;
    nihil est quod = non c'è motivo che;
    quis est qui? = chi c'è che?;
    dignus o indignus qui = degno o indegno che; e simili.

  8. Esempio: quis est qui hoc non intellegat? (Cicerone) = chi c'è che non capisce questo?




Nota Bene:

Come accennato in precedenza, alcuni grammatici annoverano le relative con il congiuntivo caratterizzante fra quelle improprie consecutive, specialmente per quanto riguarda le espressioni negative o di senso negativo: nemo est qui significherebbe infatti "non c'è nessuno tale che...", e così via.

Si obietta però, da parte dei sostenitori del congiuntivo caratterizzante, che queste relative non esprimono affatto una conseguenza, bensì una peculiarità. Autentiche relative consecutive sarebbero dunque solo quelle in cui qui si può trasformare in ut is.

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