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Anche la cecità per il filosofo non è un male

 

 

Lo stoico Diodoto visse cieco in casa nostra per molti anni. Egli in realtà, cosa che era a stento credibile, pur dedicandosi alla filosofia anche molto più assiduamente di prima e suonando la lira secondo il costume dei Pitagorici e facendosi leggere (lett.: essendo a lui letti) libri di notte e di giorno, attività per le quali non aveva bisogno degli occhi, allora, teneva lezioni di geometria, cosa che sembra quasi impossibile fare (lett.: sembra a stento che possa essere fatta) senza gli occhi, insegnando agli allievi con le parole da dove a dove dovessero tracciare ciascuna linea.

Raccontano che Asclepiade, filosofo di Eretria di una certa fama, domandandogli un tale che cosa gli avesse arrecato la cecità, rispose (che gli aveva procurato) di essere accompagnato da un ragazzo più di prima. Come infatti anche l’estrema povertà sarebbe sopportabile , così la cecità si potrebbe sopportare facilmente se non mancassero i mezzi per affrontare le infermità (lett.: aiuti delle infermità).

Democrito, avendo perso la vista, non poteva ovviamente distinguere il bianco e il nero (lett.: le cose bianche e le cose nere), ma poteva certo distinguere il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, l’onesto e il disonesto, l’utile e l’inutile, il grande e il piccolo e (anche) senza la varietà dei colori gli era possibile vivere bene, ma non gli sarebbe stato possibile senza la nozione della realtà. E quest’uomo pensava che anche l’acutezza dell’anima venisse ostacolata dalla vista (lett.: dal guardare degli occhi) e mentre altri spesso non vedevano quello che era davanti ai (loro) piedi, egli spaziava per tutto l’infinito tanto da non fermarsi ad alcun confine.

 

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